Fonte di Manigunda a Bergoro

fagnano_olona-fonte_di_manigunda_03Fra leggenda e realtà

La monaca Manigunda è senza dubbio il personaggio longobardo che ha goduto presso i cairatesi di ogni epoca della più alta notorietà.

La sua leggenda trae fondamento storico dal presunto atto di fondazione del Monastero di Cairate, atto che ella avrebbe redatto nel luglio del 737 ma che a noi è pervenuto in una copia del secolo XII, a sua volta autenticata di un’altra del secolo XI. Il Monastero è annunciato da un grande arco trionfale che, eretto solo nel 1710 e oggi totalmente staccato dall’intero complesso sacro, porta la scritta ”COELORUM IMPERATRICI MANICUNDA GOTICORUM REGINA”.

La Manigunda di cui si parla nell’iscrizione fu una ricca longobarda che faceva parte dell’entourage di re Liutprando e che investì tutti i suoi averi nella costruzione e nella gestione del monastero benedettino cairatese, fondato per suo volere nel 737 d.C.

La vicenda di Manigunda rimase viva per l’intero medioevo, tanto che Tristano Calco, in pieno rinascimento la ricorda ancora.

E proprio al Calco si deve la narrazione della scoperta del supposto cadavere della monaca, avvenuta appunto nel XV secolo all’interno del monastero. “Ultimamente, nel rimuovere antiche macerie ne fu scoperto il cadavere, circondato da una veste d’oro, da fibbie d’oro e da un cingolo d’oro”.

La tradizione vuole che i resti di Manigunda fossero conservati in un sarcofago in pietra che ancora oggi si può vedere all’interno dell’ex monastero.

Il Giurini avanzò seri dubbi sul fatto che il corpo ritrovato ai tempi del calco, ricoperto d’oro com’era, potesse essere quello di Manigunda che nella sua carta dichiara esplicitamente di essere vestita di umile abito monacale, “Veste monialium induta”.

Dalle parole del Calco che indicavano un abbigliamento ricco e pomposo come poteva addirsi a una nobildonna, è probabilmente nata la convinzione che Manigunda fosse regina dei Longobardi.

Sul retro della pergamena del secolo XII che riporta il cosiddetto “Testamento di Manigunda”, appaiono delle didascalie posteriori. Una è di mano del secolo XIV “Copia testamenti domne Manigunde”; le altre sono di mano del secolo XVI “Testamento della Regina Manigunda (Maniconda)”. Sulla copia cartacea invece del secolo XVI si legge “Testamentum Serenissime Regine Manicunde”. È evidente quindi che l’appellativo di regina Manigunda l’ebbe solo nel secolo XVI, cioè dopo la scoperta del suo presunto cadavere.

Intorno al personaggio della monaca cairatese fiorirono diverse leggende, una di queste fu raccolta nel secolo scorso da Cesare Cantù: “Nella frazione di Bergoro, in amenissima posizione, è una fonte minerale, di proprietà del Dottor Fisico Giuseppe Piantanida. Fin dal 742 è mentovata questa fonte, se è vero che Anastasio, Vescovo di Pavia, la frequentasse e che la longobarda Manigunda risanatavi, fondasse il vicino monastero di Santa Maria di Cairate. Molte sono le guarigioni ottenuta da quest’acqua, carica di solfato e cloruri magnesiaci e di bicarbonato ferroso. Il Professor Giovanni Polli, dichiarò che l’acqua era salino ferruginosa”.

Secondo la leggenda, infatti, Manigunda si sarebbe recata presso la non lontana fontana di Bergoro, una frazione di Fagnano Olona e, bevutane le acque, sarebbero scomparsi gli effetti di una grave malattia renale di cui era infetta. Si è detto che la scelta della monaca dovrebbe essere interpretata come una sorta di voto fatto da lei stessa dopo una sua miracolosa guarigione.

Manigunda non era certo l’unica longobarda vivente a Cairate e nel suo testamento compaiono infatti come testimoni un Gundefredo e un Agnello, pure essi “de vico Cariade”.

Costoro, vista l’importanza dell’atto sottoscritto dovevano essere degli arimanni di un certo rango, al pari degli altri testimoni, Brumengone e Maniberto “de vico Seprio” e di Vualleramo “de Abiate” e di Eldeprando “de Venegono”.

Molte altre sono le leggende che ruotano attorno al personaggio di Manigunda, che qualcuno assicura aggirarsi al calar del sole tra le mura del chiostro o comparire in presenza di una coppia felice per augurarne un futuro prospero e pieno di quell’amore che a lei la vita negò.


Nel mese di settembre dell’anno 2007, è stata posta una targa ringraziamento da parte della “Contrada della Fontanella”, dedicata a Don Mario Mascheroni, parroco di Bergoro.


Il Dottor Giuseppe Piantanida acquistò la sorgente denominata “Fontana di Bergoro” dalla Fabbriceria della Chiesa Parrocchiale di Bergoro, nel 1855, col diritto di disporre liberamente delle acque sorgenti.

Era sua intenzione condurre queste ultime, mediante un acquedotto sotterraneo in cotto, al suo stabilimento, una filatura di cotone, onde potersi servire per l’uso di beveraggio ai giornalieri impiegati in detto stabilimento o diversamente per l’uso di commercio e speculativo più opportuno.

Altro scopo era quello di procurare la salute a molte persone che in caso diverso sarebbero obbligate a servirsi dell’acqua dell’Olona, la quale per questo uso domestico si trovava in gran malessere sia per le antecedenti materie laterizie così come pure per le tintorie.

Agli abitanti di Bergoro era stata riservata la facoltà di usare l’acqua della fonte per i bisogni personali e domestici esclusi quelli rurali o per lavare.

Per salvaguardare i diritti dei “terrazzani”, la Fabbriceria impedì al Piantanida con liti giudiziarie e tumulti popolari di eseguire i progettati lavoro di cattura e incanalamento delle acque.

Solo nel 1869 le parti in causa giunsero ad un accomodamento.

La Fabbriceria della Chiesa Parrocchiale di Bergoro era proprietaria della sorgente almeno dal 1806, ma dal Catasto Teresiano risulta che questa con tutto il mappale 82, già nella prima metà del secolo XVIII apparteneva alla comunità di Bergoro.