| Il Falò di San Antonio Abate | ||||
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Dunque, 17 gennaio “Sant’Antoni dul purscell”, per distinguerlo da quell’altro Sant’Antonio, da Padova. Difatti il nostro sant’Antonio è sempre raffigurato con un maialino accanto, forse a ricordo della sua resistenza alle tentazioni cui il demonio lo sottopose o forse a ricordo di un animale guarito. Qualcuno suppone che in tempi antichi al posto del maiale ci fosse un cinghiale, a suffragare l’ipotesi che sant’Antonio abate sia la trasposizione cristiana del dio celtico Lug, raffigurato appunto con un cinghiale in braccio.
Ipotesi che trova riscontro nel
dipinto del Pisanello del 1445 “Apparizione della Madonna ai santi
Antonio abate e Giorgio” conservato alla National Gallery di Londra, in
cui sant’Antonio abate ha ai suoi piedi proprio un cinghiale.
A dir la verità, il nostro Sant’Antonio Abate nacque nel 250-251 a Coma, in Egitto e trascorse la sua vita in solitudine, a lavorare e pregare, dapprima nei pressi della sua città natale, poi nel deserto dove visse in un’antica tomba scavata nella roccia. Ritenuto uno dei fondatori del monachesimo orientale, morì all’età di 105 anni nel suo eremo sul monte Qolzoum, vicino al Mar Rosso. Le sue reliquie vennero trasportate ad Alessandria, poi a Costantinopoli, alla Motte-Saint-Didier in Francia nell'XI secolo ed infine a Saint-Julien presso Arles, dove si venerano tuttora.
Pare che all’epoca della traslazione delle spoglie del santo eremita in terra di Francia, si siano verificate delle guarigioni miracolose da una delle tante epidemie di "fuoco sacro". L’ignis sacer dell’epoca era l’ergotismo, una malattia che portava alla cancrena gli arti, con dolori atroci, e imputabile a un inquinamento della farina di segala. Lo stesso termine venne in seguito usato per indicare tutte quelle affezioni erpetiche accompagnate da un bruciore intenso e doloroso. Frotte di ammalati si recavano sulla tomba di Sant’Antonio implorando la guarigione e per accoglierli fu ben presto necessario costruire un ospedale, gestito dagli Ospitalieri di Sant’Antonio, gli Antoniani, un ordine di infermieri e frati laici, che erano soliti curare le piaghe provocate dall’herpes zolster (il ‘fuoco di sant’Antonio) o lenire le sofferenze dovute all’ergotismo applicando del grasso di maiale, come emolliente. Da qui, la raffigurazione del maialino accanto a Sant’Antonio.
Molte e diverse le tradizioni di devozione legate a questo santo che è
diventato patrono del bestiame, dei porcai, dei macellai, dei salumieri,
dei fornai, dei tosatori, dei fabbricanti e commercianti di tessuti, dei
guantai, dei fabbricanti di spazzole, dei panerai, dei becchini, dei
campanari, degli agricoltori, dei fabbri, dei maniscalchi, degli
eremiti… e ovviamente dei pompieri. Si invocava sant’Antonio abate
contro le malattie della pelle come lo scorbuto, la peste, la scabbia,
il prurito, i foruncoli, il ‘fuoco di sant’Antonio’, gli incendi, per
ritrovare oggetti smarriti (Sant’Antoni dalla barba bianca famm trovà
quel ca ma manca) oppure per trovare ‘moroso’ (Sant'Antoni
gluriùs, damm la grazia de fa 'l murùs, damm la grazia de fal bèll,
Sant'Antoni del campanèll) o per lenire le piaghe del fuoco d’amore
(“Sant’Antoni glorios femm fa’ pas col me’ moros,l’è cativ com’è un
demoni; femm fa’ pas car Sant’Antoni”).
Fonte: www.lombardiainrete.it |