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Percorrendo la strada tra Fagnano e Gorla Maggiore si scorge
l’imponente edificio del Cotonificio Candiani.
Tra
i monumenti industriali di cui rimangono resti significativi, il
Cotonificio Enrico Candiani è uno degli edifici produttivi
architettonicamente meglio risolti; aggiornato sui modelli
nordeuropei, attualmente se ne possono cogliere solo gli aspetti
formali poiché, essendo integralmente rifatti gli interni, si crea
una netta contrapposizione tra gli spazi lavorativi e l’involucro
che li contiene.
Articolato
in una quantità di corpi di fabbrica, lo stabilimento riflette una
compagine edilizia il cui processo formativo si è sviluppato in un
arco temporale di circa quarant’anni: al settore primitivo della
tessitura, del candeggio e della tintoria costruito nel 1895 aveva
fatto seguito nel 1902 il nuovo reparto di candeggio e tintoria,
fino agli anni Trenta quando l’impianto si arricchì di nuove
costruzioni che occupavano l’area bagnata dalla riva sinistra
dell’Olona, all’epoca utilizzata per il candeggio “a prato”.
Ancora
una volta ci troviamo di fronte a un caso di “migrazione
imprenditoriale” in Valle Olona; Enrico Candiani infatti era
proprietario di una tessitura a Busto Arsizio ed era discendente di
quel ramo dei Candiani, imparentato con la famiglia di Luigi
presente ad Olgiate Olona, che aveva installato per primo i telai
meccanici in quel centro.
L’impresa
divenne società anonima nel 1922 e, alla morte del fondatore, nel
1926 passò ai figli Guido, Pietro e Paolo che la gestirono fino
agli anni Settanta quando la ditta venne venduta alla società
Citiesse s.p.a., tuttora attiva nel settore della stampa di tessuti
di cotone.
Va
ricordato come questa struttura sia stata tra le ultime di una serie
di insediamenti industriali localizzati a Fagnano per le favorevoli
condizioni ambientali: in primo luogo la presenza dell’Olona le
cui acque erano indispensabili per le operazioni legate al candeggio
e alla tintura dei tessuti.
Il
complesso appare oggi al visitatore, che percorre la strada tra
Fagnano e Gorla Maggiore, composta da un insieme di fabbricati di
varia altezza: si può riconoscere il nucleo originario con la lunga
sequenza delle campate degli sheds,
dalla caratteristica organizzazione modulare.
Lo
schema della fabbrica orizzontale, già presente nel decennio
precedente in altri opifici, trovava qui la massima esemplificazione
nella disposizione della sala motori al centro di una distesa di
capannoni a un sol piano, illuminati dall’alto, che,
strutturandosi in spazi organizzativi ma flessibili, permettevano
soluzioni distributive aperte ed estensibili.
Il
principio ordinatore del progetto era stato quello della migliore
collocazione della centrale termo-dinamica che, situata in posizione
intermedia, dispensava agli ambienti di lavoro l’energia
necessaria al movimento dei macchinari.
Alle
esigenze di ordine funzionale si associarono preoccupazioni di
carattere “pubblicitario” e di decoro che condizionarono la
forma della fabbrica, assegnandole un aspetto moderno e apprezzabili
qualità espressive.
È
un notevole esempio della diffusione internazionale del linguaggio
architettonico anglosassone.
Alla
definizione dell’immagine di questo edificio contribuisce non poco
la scelta del materiale costruttivo, si tratta del laterizio che
lasciato a vista crea contrasti cromatici con il bianco profilo
delle finestre ad arco ribassato e degli oblò, aperti in ogni
campata.
Quello
che però attualmente più colpisce dell’insediamenti industriale
è il settore destinato a candeggio e finissaggio, eretto negli anni
Trenta oltre il corso del fiume, immediatamente riconoscibile per
l’imponente fabbricato della sala delle caldaie; un edificio dalle
forme squadrate, punteggiato da ampie finestre rettangolari, che
domina tutto lo stabilimento.
Certamente
è la struttura più interessante dal punto di vista stilistico ed
evidenzia, nella disposizione lineare dei volumi, gli elementi di
un’architettura razionalista che uniformò i manufatti industriali
di quel periodo.
Con
il suo frontone decorato al centro da un’aquila, sormontata da una
stella, diventa il simbolo aggressivo dell’impresa, percepibile da
lontano appena si scorge la fabbrica.
Per
quanto riguarda la parte restante dello stabilimento, la nuova
sezione fu completata riprendendo il modello degli sheds precedentemente edificato, a cui vennero affiancati suggestivi
capannoni che si caratterizzano per la forma ondulata dei bianchi
cornicioni, creando giochi cromatici con il mattone vivo dei muri
perimetrali.
Nel
periodo di attività della Ferrovia della Valmorea l’opificio era
servito da una apposita stazione che, sorta di fronte, ora giace in
stato di abbandono insieme ai resti di tutto l’impianto
ferroviario. |